Maria Paola Gaglione, vent’anni, è morta a Caivano, vicino Napoli, in seguito a un incidente sul motorino su cui si trovava insieme al fidanzato, Ciro Migliore. Suo fratello, Michele Gaglione, li inseguiva a bordo di un altro scooter. Secondo la procura di Nola, lo scontro potrebbe essere stato provocato proprio da quest’ultimo: l’ipotesi è che possa aver speronato volontariamente il motorino dove si trovava la sorella. Poi, mentre Maria Paola giaceva a terra, si sarebbe avventato sul compagno, che è finito in ospedale, ma non è in pericolo di vita.

Michele Gaglione, così come il resto della famiglia, era contrario alla relazione tra Maria Paola e Ciro, un uomo transgender FtM (in transizione cioè da un corpo biologicamente femminile a uno maschile). Il ragazzo ha raccontato di ripetute minacce di morte ricevute negli ultimi mesi e di episodi di violenza vissuti in famiglia dalla stessa Maria Paola. Il fratello le diceva di cercarsi un “ragazzo normale” – cosa che per lui Ciro non era – e per questo voleva darle una lezione.

È l’ennesimo episodio di violenza sulle donne, viste come proprietà, come oggetti senza libertà di scegliere – nemmeno chi amare. È un femminicidio intriso di transfobia: Maria Paola è morta perché stava con Ciro, aveva scelto questa relazione e questo secondo una mentalità eteropatriarcale non era accettabile. Come ha scritto recentemente sul Guardian Rebecca Solnit, “il patriarcato vorrebbe un genere fisso e gran parte della sua violenza rappresenta una punizione nei confronti di donne che non sono abbastanza sottomesse, di uomini che non sono abbastanza etero e di chiunque altro cammini fuori dal seminato”.

La storia di Caivano è già terribile di per sé, ma a questa violenza fisica agita sui corpi di Maria Paola e Ciro si è aggiunta quella mediatica del racconto giornalistico che è stato fatto di questa vicenda. Un racconto in cui il rapporto tra Maria Paola e Ciro è stato goffamente definito con vari espedienti linguistici mai troppo chiari, mentre l’identità di quest’ultimo è stata sostanzialmente negata.

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Secondo alcuni quotidiani, tra cui il Corriere della Sera e il Messaggero, i due “avevano una relazione LGBT”, oppure erano una coppia di “amiche”, declassando il loro rapporto sentimentale. Di Ciro si è parlato, soprattutto in un primo momento, praticamente solo al femminile: il ragazzo è stato definito (ad esempio da Repubblica) “un’amica che si faceva chiamare Ciro” – implicando quasi un carattere passeggero del sentirsi uomo in un corpo biologicamente femminile.

Sul Tg1 (ma non solo) Ciro è stato chiamato “Cira”, il suo nome di battesimo. Stessa cosa sul Tg2, dove in un servizio si è parlato di una “storia d’amore gay finita in tragedia”, e si è fatto riferimento a Ciro utilizzando il femminile. È una cosa che si chiama misgendering, ossia parlare di una persona transessuale attraverso desinenze che non corrispondono alla sua identità di genere. Dai media, specialmente in Italia, viene fatto spessissimo. “Venire chiamat* (ripetutamente) con la desinenza o l’articolo errato può indurre disforia (il profondo disagio che la persona prova per alcune parti del proprio corpo), può far sentire le persone in pericolo (le donne trans vengono uccise e picchiate perché non sembrano abbastanza donne) ed è una forma di crudeltà inutile e una mancanza di rispetto”, si legge sul sito dell’osservatorio Trans Media Watch Italia. “C’è una minoranza di giornalisti che si ostina ad usare articoli/desinenze errati e a sminuire le difficoltà di proposito, per passare il messaggio che la biologia sia l’unico dato rilevante”.

Discutere di nomi, pronomi o articoli in una storia dove una ragazza è morta e un altro è in ospedale non è concentrarsi su dettagli ininfluenti.

È Ciro stesso a definirsi e a riferirsi a se stesso come un uomo. Negare la sua identità ha la stessa radice della violenza che ha portato alla morte di Maria Paola. «Non volevano che stessimo insieme perché dicevano che eravamo due femmine. Ma non è vero. Io non sono una femmina. Avevo 15 anni quando ho capito di essere un uomo, mi sentivo e mi sento un uomo. E Maria Paola mi ha sempre amato come uomo», ha detto in un’intervista.

Chiamare le persone trans con il nome che ormai hanno abbandonato (deadneaming) è violenza, ha scritto qualche tempo fa la giornalista Sam Riedel: “Per noi persone trans, la relazione con i nostri nomi è quantomeno complicata. Il modo in cui veniamo chiamati ha un potere, e sentire un nome palesemente maschile o femminile quando stai cercando di riallineare il tuo genere in una direzione diversa può essere una fonte di profonda ansia. Ascoltare o vedere il proprio vecchio nome può indurre un senso di terrore viscerale perché non importa quanti progressi si fanno nella transizione, la persona che erano (o fingevano di essere) è ancora lì”.

Secondo l’attivista transfemminista ed editrice di Edizioni Minoritarie Antonia Caruso, intervistata sulla vicenda di Caivano, in generale «c’è un grande problema del giornalismo italiano nella rappresentazione sia delle relazioni non etero, sia nella rappresentazione delle persone trans. La stampa si interessa delle persone trans solo quando fa colore, quando ci sono delle storie di cronaca nera o di riscatto».

La mancanza di conoscenza di certe questioni apre la porta a narrazioni offensive, lesive della dignità o semplicemente sbagliate delle persone transessuali.

Un problema diffuso è la distinzione tra identità di genere e orientamento sessuale e in generale i termini corretti da utilizzare (su questo Il Post ad esempio ha pubblicato un piccolo glossario). Come ricorda Giuseppe Porrovecchio su TheVision, “nel raccontare la storia di Ciro e Maria Paola, definendo il loro ‘un rapporto lesbico’”, i media hanno “confuso nuovamente i piani del sesso biologico, dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale”. Eleonora Camilli riporta su Redattore Sociale uno stralcio della sezione dedicata del progetto Parlare Civile, che combatte il linguaggio discriminatorio: “La persona transessuale è considerata una sorta di ‘super-omosessuale’, tanto omosessuale da voler assomigliare al genere diverso dal proprio. Ovviamente non è così. L’omosessualità segnala l’attrazione per persone dello stesso sesso ma non la convinzione di appartenere al genere opposto né l’intenzione di intervenire per modificare i propri caratteri ed attributi sessuali. Una persona transessuale o transgender, al contrario, può essere tanto eterosessuale quanto omosessuale o bisessuale. Il sentimento di appartenenza a un genere è altra cosa dall’orientamento sessuale”.

Esistono diversi strumenti per i giornalisti per un’informazione più rispettosa. A livello internazionale, ad esempio, uno di questi è la “Media Reference Guide” elaborata dalla Gay and Lesbian Alliance Against Defamation (GLAAD). Per quanto riguarda i termini corretti, in ogni caso, ricorda un articolo su Columbia Journalism Review, si può utilizzare Google e assicurarsi di utilzzare il giusto linguaggio.

Sul sito dell’International Journalists’ Network la giornalista Cristiana Bedei ha elaborato quattro consigli, sentendo esperti e reporter che da anni si occupano di certi temi:

1. Usa le parole giuste. Bisogna riferirsi alle persone che si identificano con un determinato genere usando i pronomi appropriati per quel genere, a prescindere dal fatto che quella persona abbia intrapreso una terapia ormonale o si sia sottoposta a un’operazione chirurgica per il cambio di sesso. In caso di incertezza è bene chiedere. Spesso le persone “non binarie” – che si identificano cioè fuori dai generi “uomo” o “donna” – utilizzano il pronome “loro” (they/them). Basta spiegarlo ai lettori.

2. Non usare il nome di battesimo di una persona senza il suo consenso. Utilizzare il nome anagrafico in un articolo implica che quello sia il nome “reale” di quella persona. Ma come spiega Nick Adams di GLAAD, il nome “vero” è quello che si sono scelti, anche se non risulta dai documenti. Inoltre, aggiunge, andrebbero evitare espressioni come “vuole essere chiamata”, “si fa chiamare” o altre frasi che potrebbero porre dubbi sull’identità della persona trans.

3. Non focalizzarti su questioni mediche. Fare domande sui genitali o altre operazioni chirurgiche cui la persona trans si è o non si è sottoposta (o indugiare su queste) è inappropriato. A meno che ovviamente l’articolo non sia su questo. Inoltre, spiega Adams, questi discorsi distraggono il giornalista e i lettori dal vedere il soggetto in questione come una persona, e dal focalizzarsi su altri problemi più importanti come le discriminazioni o la violenza subita dalle persone trans.

4. Utilizza transgender o transessuale (o trans) come un aggettivo, non come un sostantivo. Nessuno o nessuna sono un o una “trans”. È corretto di parlare di donna transgender o transessuale o di uomo transgender o transessuale. Se credi che i lettori abbiano bisogno di chiarimenti su cosa significhi, si può spiegare, evitando però espressioni come “nata uomo” o “nato donna”.

Lo scorso luglio negli Stati Uniti 50 giornalisti hanno lanciato la Trans Journalists Association, progetto con lo scopo di offrire supporto ai giornalisti transessuali nel mondo, spesso non adeguatamente rappresentati nelle redazioni e nei racconti mediatici che li riguardano.

Secondo l’associazione, “i media hanno una grande responsabilità quando si tratta di garantire una copertura accurata e sensibile delle comunità trans”, anche perché costituiscono gran parte delle fonti di informazioni del pubblico sul tema. “Significa che la copertura mediatica è fondamentale nel plasmare il modo in cui il pubblico parla di e pensa alle persone trans. Quindi, è fondamentale che diano una copertura corretta”.

Immagine in anteprima: ANSA

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Author: Claudia Torrisi