Nel nostro paese esiste un problema di rappresentanza politica femminile, per cui le donne accedono con maggiori difficoltà degli uomini alle posizioni di potere.

Una situazione confermata dal gender equality index, lo strumento per misurare i progressi verso l’uguaglianza di genere nei paesi Ue. In base a un calcolo che considera la presenza di donne nei governi, nei parlamenti e nelle assemblee regionali, l’indice associa all’Italia un punteggio pari a 47,9 nell’ambito “potere politico”. Un risultato inferiore alla media Ue (55,0) e ai punteggi dei maggiori paesi europei: Francia (80,8), Germania (69,6) e Regno Unito (58,7).

Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.

Dal punto di vista legislativo, sono stati fatti dei passi avanti negli anni, per mettere in atto il principio costituzionale della parità di accesso alle cariche elettive. Anche se a livello nazionale, regionale e locale, sono diverse le leggi che intervengono sul tema, le linee guida su cui si basano sono simili. Si tratta di intervenire da un lato sulla composizione delle liste dei candidati, fissando una soglia di rappresentanza di donne e di uomini. Dall’altro sul meccanismo delle preferenze di lista, evitando che si possano concentrare su un unico genere.

Le elezioni regionali e la parità di genere

A una settimana dalle elezioni in diverse regioni italiane (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta, Veneto) abbiamo deciso di concentrarci sulla presenza femminile nei consigli e nelle giunte regionali del paese. Per capire se e come i sistemi elettorali attualmente in vigore favoriscano la parità di genere tra i membri di questi organi.

Innanzitutto è bene chiarire che sono il consiglio, cioè l’organo legislativo delle regioni, e il presidente, ad essere eletti tramite il voto dei cittadini. I componenti della giunta, l’organo di governo, vengono invece nominati dal presidente, che li può scegliere sia tra i membri eletti nel consiglio, sia tra persone esterne, non elette.

Il sistema con cui viene eletto il consiglio varia in una certa misura da regione a regione. E per questo motivo, la legge 20/2016 sulla parità di genere tra i consiglieri prevede delle misure differenziate, adattabili ai diversi sistemi elettorali:

  • se la legge elettorale prevede l’espressione di preferenze, in ciascuna lista i candidati dello stesso sesso non devono essere più del 60% e deve essere consentita l’espressione di almeno due preferenze da destinare obbligatoriamente a due candidati di sesso diverso;
  • quando non è prevista l’espressione di preferenze, vale solo la regola per cui i candidati dello stesso sesso non devono eccedere il 60% dei membri di lista;
  • nei casi in cui il sistema elettorale preveda collegi uninominali, le candidature presentate con lo stesso simbolo non devono avere più del 60% dei candidati dello stesso sesso.

Ma la legge ha effetti sull’eleggibilità delle donne?

Tali misure non hanno garantito finora un effettiva parità nella rappresentanza di donne e uomini nei consigli regionali. Da un lato perché in alcune regioni, quelle chiamate al voto il 20 e 21 settembre, non si è ancora votato con queste regole. Tant’è che solo recentemente, alla fine di luglio 2020, Liguria e Puglia si sono allineate per ultime alla normativa. Dall’altro lato, perché si tratta di provvedimenti che intervengono sulla candidabilità delle donne, mentre l’essere effettivamente elette è tutt’altra questione.

21,3% le donne membri dei consigli regionali in Italia a settembre 2020.

Anche per quanto riguarda le giunte, non sembrano esserci stati degli effetti positivi e indiretti sulla composizione degli organi di governo regionali, dove la presenza femminile rimane bassa.

26,6% le donne membri delle giunte regionali in Italia a settembre 2020.

Inoltre, una questione centrale riguarda la rilevanza delle cariche a cui le donne riescono ad accedere, al di là del numero. In questo senso, è emblematica la carenza di donne ai vertici dei governi regionali.

2 su 20 le donne presidenti di regione in Italia, a settembre 2020.

Si tratta delle presidenti di Calabria e Umbria, Jole Santelli e Donatella Tesei.

La sottorappresentazione delle donne nei governi delle regioni riguarda quindi sia la semplice presenza numerica, sia il tema più generale del potere decisionale detenuto. Una situazione che è interessante osservare nelle sue variazioni, regione per regione.

Un confronto tra regioni

Considerando la totalità dei membri dei consigli e delle giunte regionali, l’Emilia Romagna è la regione con la maggiore presenza femminile nei suoi organi amministrativi, anche se si tratta comunque di una rappresentanza limitata (38,7%).

Seguono Umbria (33,3%), Lazio (32,3%) e Toscana (32%). Le quote più basse si registrano invece in Liguria (12,8%) e Puglia (9,8%), che come si è detto in precedenza si sono adeguate solo recentemente alle normative sulla parità di genere.

 

 

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Settembre 2020)


Per capire nel concreto gli effetti della legge sulla parità di genere, è necessario però analizzare separatamente la presenza di donne nei consigli e nelle giunte.

 

I dati mostrano la percentuale di donne sul totale dei membri di giunte e consigli regionali.

 

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Settembre 2020)


Solo in Emilia Romagna la composizione del consiglio rispecchia le norme sulla parità di genere tra i candidati, con il 40% di donne tra i membri. In tutte le altre regioni, comprese quelle che sono già andate al voto dopo l’introduzione della legge 20/2016, la presenza femminile raggiunge a malapena il 30%, solo in Umbria e nel Lazio. In fondo alla classifica, Puglia, Calabria e Liguria, dove le consigliere sono meno del 10%.

Più donne nelle giunte che nei consigli.

Un altro dato rilevante riguarda le giunte, che nella maggior parte delle regioni registrano una presenza femminile superiore a quella dei consigli. Ai primi posti in questo senso troviamo la Toscana (44,4%), le Marche (42,9%) e la Campania (40,0%). Da sottolineare invece il caso del Molise, dove la giunta è interamente composta da uomini.

Le posizioni di potere

Oltre alla presenza numerica negli organi legislativi e di governo delle regioni, è necessario anche analizzare la rilevanza degli incarichi ricoperti da donne.

Le donne faticano ad accedere ai vertici regionali.

Anche se la presenza femminile è superiore nelle giunte che nei consigli, le donne mancano nelle posizioni di maggiore potere degli organi governativi delle regioni.

Come abbiamo visto in precedenza, attualmente sono solo due le presidenti, Jole Santelli in Calabria e Donatella Tesei in Umbria. Una carenza che emerge anche osservando i governi regionali passati, tranne che per alcune eccezioni.

 

I dati mostrano la percentuale di uomini e donne sul totale dei presidenti di regione dal 2000 al 2020.

 

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 7 Settembre 2020)


Dal 2000 a oggi l’Umbria ha avuto 5 presidenti di regione, tutte donne. Un caso assolutamente eccezionale rispetto al resto del paese, dove 14 regioni su 20 hanno avuto solo presidenti uomini nello stesso arco temporale.

1 su 5 i presidenti donna in Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Piemonte e Calabria, negli ultimi 20 anni.

Tornando alla situazione attuale, oltre al presidente un altro ruolo di potere nella giunta è quello di vicepresidente. Anche in questo caso, le donne che ricoprono questo ruolo in Italia sono poche, quattro. Si tratta di Elly Schlein in Emilia-Romagna, Sonia Viale in Liguria, Anna Casini nelle Marche e Monica Barni in Toscana.

Solitamente i vicepresidenti sono anche assessori, cioè i membri della giunta ai quali vengono affidate dal presidente una o più deleghe, cioè delle specifiche aree di intervento, tra le diverse attività amministrative dell’ente. Capire quali deleghe sono affidate ad assessori donne rispetto agli uomini è un ulteriore modo per analizzare la rilevanza degli incarichi ricoperti da donne all’interno della giunta.

 

 

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Settembre 2020)


Abbiamo cercato di raggruppare le diverse deleghe di assessori e vicepresidenti in gruppi, a seconda del settore. Da questa analisi l’area affidata più frequentemente alle donne risulta l’istruzione, che comprende anche ricerca, università, formazione, diritto allo studio. Seguono cultura e turismo, ambiente e territorio.

Meno frequenti le deleghe alla gestione di bilancio e patrimonio e alla sanità. Interessante in questo senso è il caso di Elly Schlein. La vicepresidente dell’Emilia Romagna ha infatti diverse deleghe, tra cui quella al welfare, ma non quella alla sanità. Due settori che invece spesso coincidono nelle mani della stessa persona, come nel caso di Giulio Gallera, assessore del welfare della regione Lombardia con responsabilità relative anche al servizio sanitario regionale.

La scarsa rappresentanza politica femminile è un problema sociale e culturale.

Dall’analisi emerge una situazione di svantaggio delle donne all’interno degli organi regionali. Sia a livello di presenza numerica, sia a livello di accessibilità alle cariche di maggior rilievo e potere decisionale.

Condizioni che persistono, nonostante la legge sulla parità di genere nelle liste elettorali. Questo perché, per quanto siano utili gli interventi del legislatore per garantire pari rappresentanza tra uomini e donne, non sono sufficienti se non si accompagnano a un cambiamento culturale. A un nuovo modo degli elettori di vedere il potere politico non più come appannaggio esclusivo degli uomini, ma come ambito in cui le donne possono essere protagoniste e accedere alle posizioni di maggiore rilevanza.

Foto credits: pagina facebook Elly Schlein

L’articolo Le donne sono sottorappresentate nei governi regionali proviene da Openpolis.